Nel 1990, all’interno della rassegna L’artista e lo spazio, Fabio Mauri presenta alla Galleria Anna D’Ascanio di Roma l’installazione Interno riproposta poi, con alcune varianti, da Carini a Firenze con il titolo Interno / Esterno.
Più che in una mostra, sembrava di entrare in un appartamento privato: tappeti, comò, piante, una poltrona, una vasca da bagno, una cucina, una libreria – tutti provenienti dalla casa dell’artista – si disponevano nello spazio accompagnati da quadri monocromi su tavola dipinti con un’imprimitura di gesso di Bologna, colla di coniglio e la scritta in rilievo, bianco su bianco, “Senzarte”. Inquadrati da una cornice in ferro aperta sui lati brevi1, da questi schermi monocromi entrano ed escono gli oggetti più disparati: canne da pesca, quadri, lampadari, fucili, utensili, manufatti vari che intervengono plasticamente nella composizione instaurando un dialogo con lo spazio circostante. «Catturo non la rappresentazione, ma la cosa in sé con un simulacro minimo di rappresentazione. I miei “quadri” o “case” sono reti. Pesco quel che vedo e da cui sono circondato, che mi impegna o mi opprime»2.
Tra le silhouette dei quadri bianchi, si notano qua e là citazioni dell’opera La camera di Vincent ad Arles (1888-1889) di Van Gogh (inv. 584): Mauri scompone e ricompone gli elementi del dipinto e ne esplora le architetture mentali, introducendo nella sua maison d’artiste un interno di secondo grado, in stretto dialogo con le avanguardie storiche. «Ogni mostra è un caso personale. È una “casa” personale. Qui è un vero trasloco. Da Piazza Madama a Via del Babuino a Via san Niccolò a Firenze. Non solo la “qualità”, come sempre, ma il “luogo” stesso dell’opera si presenta sul confine di una difficile individuazione tra reale e immaginario»3. Poiché, come Mauri specifica in chiusura del catalogo, «L’arte è sempre prossima al suo contrario. Lì si colloca, a un millimetro dal suo opposto. Questo impercettibile confine è il luogo della sperimentazione, come della critica estetica meno obbligata dal proprio sistema generale di idee, che fa dell’incertezza teorica motivo di un’agile e acuta speditezza. Il filo di divisione è un abisso: è il luogo della forma, della nascita delle forme. L’arte, infatti, è sempre sul punto di non esserlo»4.
1. I dipinti sono inquadrati da un telaio in ferro cui mancano i montanti laterali e i cui bordi inferiore e superiore si protendono verso l’interno del quadro, inclinati di circa 45°. Scrive Fabio Mauri: «[le cornici] sono aperte ai lati. Due ferri obliqui, uno sopra e uno sotto, formano un tetto. Due tetti. Sono tetti di infinite case. Luoghi d’identità».
2. F. Mauri, Autocolloquio, in F. Mauri, Scritti in mostra: L’avanguardia come zona 1958-2008, a cura di F. Alfano Miglietti, il Saggiatore, Milano 2008, pp. 79-83.
3. F. Mauri, Note, in Fabio Mauri. Interno / Esterno, catalogo della mostra (Roma, Galleria Anna D'Ascanio e Firenze, Galleria Carini), a cura di L. Masini, A. Boatto, Roma / Firenze 1990, p. 64.
4. F. Mauri, Collage, ivi, p. 65.
1990, Roma, Galleria Anna D’Ascanio, Fabio Mauri: Interno, 9 marzo – 21 aprile.
1990, Firenze, Galleria Carini, Fabio Mauri: Interno / Esterno, 19 maggio – luglio (itinerante: 1990, Roma).