Intellettuale (1975)

La performance Intellettuale viene proposta in occasione dell’inaugurazione della nuova Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna nel 1975 con la partecipazione di Pier Paolo Pasolini, amico fraterno di Fabio Mauri.
L’azione si svolge sulle brevi scale esterne della Galleria. All’interno del Museo si svolge la mostra, indetta da Franco Solmi, sul Movimento Dada, che Mauri stima, ma di cui non ha mai fatto parte. Mauri preferisce esibire la sua performance all’esterno del Museo. Davanti al portone sistema Pasolini su un alto sedile. Il poeta è trasformato in uno “schermo umano”. Su di lui viene proiettato il suo film ‘Il Vangelo Secondo Matteo’. L’alto volume del sonoro, eccessivo rispetto alla dimensione ridotta dell’immagine, accresce lo smarrimento esercitato dall’azione sia sul pubblico che sullo stesso Pasolini. Un fotografo, Antonio Masotti, seduto per terra tra la gente, riesce a fotografare l’azione in 15 fotografie. Immagini che hanno fatto il giro del mondo.
La scelta di proiettare il film sull’autore vuole essere, da parte di Mauri, una sorta di responsabilizzazione obiettiva dell’autore del film, costretto a sperimentare su se stesso gli effetti della sua opera. Il pubblico era formato da amici dell’infanzia e adolescenza di Mauri e Pasolini, divenuti, come i due autori, professori, editori, saggisti adulti. Pasolini non né riconobbe nessuno, preoccupato dalle loro manifestazioni di amicizia. (Dora Aceto)
 
Data e luogo di esposizione
 
1975 – Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, a cura di Franco Solmi
1978 – Galleria Arco di Alibert, Roma
1985 –Mercati Traianei, Roma
1986 – La forma dello sguardo, Pordenone, a cura di Laura Betti
1987 – Intellettuale, Bruxelles
1988 – Cinema as poetry allo Sri Fort Auditorium di Nuova Delhi
Cinéma Italien – rencontres d’Annecy, Espace Exposition Cac Bonlieu, Annency
10 journées cinématographiques, Orléans
1989 – Biblioteca Shaar Zion Beth Ariela, Tel Aviv
1990 – Harward University, Boston
– 43rd Edimbourgh International Film Festival, St. Cecilia’s Hall Edimburgo
P.P.Pasolini: the eyes of a poet, New York
1991 – Pasolini. Las formas de la poesia, Barcellona
– Academy of Motion Picture Arts and Sciences, Los Angeles
1992 – Palazzo delle Esposizioni, Roma
– Istituto Italiano di Cultura, Lione
La coscienza che non perdona,Circolo Aurora, Arezzo
1993 – Una disperata vitalità, Teatro Nicolini, Firenze
Le cinéma d’un poète, Maison de la Cultura Ibn Khaldoun, Tunisi
Il sogno di una cosa, Libreria ‘La città del Sole’, Torino
P.P.Pasolini un cinema di poesia, Istituto Italiano di Cultura, Città del Messico
The eyes of a poet, Castro Theatre, S. Francisco
– The Filmuseum, Amsterdam
P.P.Pasolini…con le armi della poesia, Arengario, Milano
1994 – Istituto Italiano di Cultura, Salonicco
– Akademie der Künste, Berlino
– Retrospettiva Fabio Mauri. Opere e Azioni 1954-1994, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma, a cura di Carolyn Christov Bakargiev, sovrintendenza di Augusta Monferini
2003 – Retrospettiva L’Ecran Mental, Studio Nacional des Arts Contemporains, Le Fresnoy Lille, a cura di Dominique Paini
2005 – Pasolini e noi-Relazioni tra arte e cinema, Archivio di Stato, Torino, a cura di Laura Cherubini
2007 – Pasolini, Callas e Medea, Cineteca, Bologna
2011 – Il Caos 3 i conflitti – Omaggio a Fabio Mauri, Isola di San Servolo, 54 Biennale, Venezia, a cura di Raffaele Gavarro
2012 – Fabio Mauri, THE END, Palazzo Reale, Milano, a cura di Francesca Alfano Miglietti
– Retrospettiva su Pier Paolo Pasolini, MOMA/PS1, New York, a cura di Jenny Schlenzka
2016 – Fabio Mauri Retrospettiva a luce solida, Museo MADRE, Napoli, a cura di Laura Cherubini e Andrea Viliani
 

Intellettuale 1985

“Intellettuale” 1985* “Vangelo secondo Matteo” di/su Pier Paolo Pasolini   “IL film (l’opera) rappresenta tutte le opere. L’autore rappresenta tutti gli autori (gli intellettuali).[...]

“Intellettuale” 1985*
“Vangelo secondo Matteo” di/su Pier Paolo Pasolini
 
“IL film (l’opera) rappresenta tutte le opere. L’autore rappresenta tutti gli autori (gli intellettuali). In quella assolutezza che l’opera anche la più spregevole simula sempre, essa è una forma di compiutezza, di verticalità buttata fuori dal tempo, sottratta all’usura della durata.
 L’opera è sempre liberazione e l’opera a contenuto politico o ideologico è doppiamente liberazione, perché dà per conosciuti, se non addirittura per risolti, i problemi che ha affrontato. Ma in questa stazione ciò di cui si è creduto di sbarazzarsi, viene sadicamente ributtato sull’autore. Il film (l’opera) risulta proiettata sul corpo del regista: fa da schermo il torace fasciato dalla camicia bianca. Il torace assume così il valore di specchio, di radiografia della propria soggettività intellettuale, di coscienza”.
                                                                                                                                                                 Alberto Boatto, “Intellettuale”/Roma/1975
 
Le righe di Alberto Boatto a proposito di “Intellettuale”, genere di “performance” eseguita alla Galleria Comunale di Bologna con Pier Paolo Pasolini, nel 1975, individuano bene cosa vi accade. Su queste “Proiezioni” io non ho mai scritto che brevi testi teorici. Mi ha impedito di parlarne distesamente l’eccesso di identità dell’“azione” stessa.
Ideata in laboratorio, si resta sbigottiti dall’evidenza di ciò cui si assiste, colpiti dalle sue violente implicazioni. La proiezione provoca un effetto singolare: rivela fisicamente la nascita del “segno intellettuale”, “dentro” il corpo dell’autore. Possiede la precisione tecnica di una radiografia dello spirito. Comporta anche dell’altro: l’imposizione di una ‘passione’ che l’autore subisce, per cui sembra rispondere corporalmente di quanto ha concepito. Il film ne trafora con violenza la funzione ritorcendosi in una forma complessa di immagine. Chi osserva resta interdetto dalla insolita scena, per il significato che si aggiunge, ed è la presenza stessa dell’autore, e non smette di interferire ‘significativamente’ durante l’intera narrazione dell’opera.
Pier Paolo Pasolini, come in un’altra occasione Miklòs Jancsò, accettò di sottoporvisi e ne fu subito preso. Si immerse nello sforzo di ricordare attimo dopo attimo cosa ritrascorreva su di lui, quale dettaglio di immagini, quali forme. Obbligato da quell’“esercizio spirituale” a riandare alle causali profonde dell’opera, che non poteva riverificare con gli occhi, se non per minime varianti di ombra e di luce. Illuminato dal solo raggio del suo film, sembrava subire una responsabilizzazione dei contenuti reali dell’immaginazione. Come se, anziché vederli, dovesse contrastare una loro aggressione di ritorno. Il sonoro, per altro, come le dizioni “verbali”, o l’onomatopea dei rumori, o la musica, divengono protagonisti, “segni” coordinati per la ricostruzione dell’immagine divenuta, per l’autore, invisibile. Ma contemporaneamente avviene un altro fenomeno: l’identità d’autore, resa materialmente evidente, si riconferma in modo efficacemente elementare. Autore e opera formano una scultura di carne e di luce, una unità compatta. Dimostrano, con la forza di una ‘visione’, d’essere una cosa sola. In quei tempi di dispute concettuali, la mia intenzione, nell’eseguire questa ‘performance’, era investigativa, come di fronte ad un esperimento di fisica e, assieme, ideologica. Attraverso quel rito intendevo richiamare ad una evidenza: che le forme espressive non erano che significati ‘reali’, nel senso di implicite a l’universo ‘morale’ dell’uomo. Il termine ‘intellettuale’ comprendeva, per me, tale dato.
È un assioma non così elementare come sembra, per gli interlocutori delle varie scuole ‘concettuali’ del tempo. Intendevo ricreare un legame ‘fisico’ tra poesia e mondo fuori della tautologia concettuale, che di fatto lo escludeva, richiamando, pur con diversi mezzi e da provenienze non ‘realiste’, il concetto indispensabile di realtà, che in Pier Paolo Pasolini era stato sempre instancabilmente centrale, mai trasgredito.
Per via d’emozione, infine, intendevo ribadire il concetto, (che l’opera stessa suscitava e l’evento di apposizione all’autore doppiava), che l’arte non può che erigere un sistema di grande inattualità, cioè il mondo elementare dei valori. Era la funzione obbligatoria del linguaggio. Ed era quasi impossibile sottrarsi all’eloquenza dimostrativa dell’arte, come la seduttiva evidenza dell’azione dimostrava.
Questa azione del 31 maggio 1975 a Bologna, con Pier Paolo Pasolini, fu una “scena” in più della nostra amicizia, e vita. Senz’altro della mia. Uno di quei momenti in cui l’agitazione delle passioni sembra caduta come un vento che smette, per lasciare posto a un paesaggio tersissimo di senso, in cui ogni cosa, anche il passato, e i suoi rischi stupefacentemente superati, rientrano in un ordine intelligente, teso a farci divenire quello che eravamo in quella ‘intellettuale’ impresa: sopravvissuti, amici, sereni in fondo e dignitosi per i nostri ideali di poesia o d’arte cui eravamo rimasti, al di là di ogni personale risultato, fedeli.
Era poco prima che Pier Paolo Pasolini dovesse morire. Quella serata a Bologna, così decisiva perché così finale e limpida, io la vedo come una conferma. Di una dolce fermezza. Quella della poesia, intenta nel catturare il mondo e le cose perché siano. O per spiegarle e, fatalmente, farle capire.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
*Pier Paolo Pasolini. "Una vita futura. La forma dello sguardo", catalogo della mostra ai Mercati Traianei, Roma, 1985

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